L’evoluzione del Rito della consacrazione delle vergini lungo il corso dei secoli

Articolo scritto giovedì, 22 aprile 2010
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  3. L’evoluzione del Rito della consacrazione delle vergini lungo il corso dei secoli

          Dopo l’Editto di Costantino (313) si iniziano a trovare, tra le fonti letterarie, le prime celebrazioni liturgiche inerenti la consacrazione delle vergini: svolta in occasioni particolari come Natale, Epifania o Pasqua, con la partecipazione della comunità cristiana presieduta dal vescovo  che benedice e vela la vergine con un velo purpureo (flammaeum = fiamma) previamente posto sull’altare, simbolo di Cristo che santifica.
         Dal sec. V si cominciano ad avere le prime fonti liturgiche sulla consacrazione delle vergini nei sacramentari Veronense, Gelasiano e Gregoriano.

         È proprio col Sacramentario Veronense o Leoniano che viene introdotta la preghiera consacratoria “O Dio, che ti compiaci di abitare come in un tempio nel corpo di persone caste …” attribuita a S. Leone Magno e che, per la ricchezza di contenuto e la bellezza stilistica, sarà presente  fino ai nostri giorni.
         IL Sacramentario Gregoriano (sec. VIII) raccoglie gli elementi liturgici dei secoli precedenti mettendo a confronto i vari Ordines, dandoci così, un quadro generale della situazione allora esistente. Pertanto in alcuni di questi, ad esempio, troviamo aggiunte la benedizione delle vesti e del velo da parte del vescovo, la presentazione del pane e del vino all’offertorio e due ceri tenuti in ciascuna mano per tutto il corso della cerimonia da parte della vergine. 

         Per sopperire alla sobrietà del Sacramentario Gregoriano, un monaco dell’abbazia di Magonza, compilò nel 950 il Pontificale Romano-Germanico. Qui il semplice Rito della consacrazione delle vergini si sdoppia: uno per le monache, l’altro per le vergini laiche; tratti caratteristici nel Rito per le monache sono:
·        l’offerta della figlia da parte dei genitori, prima della celebrazione della Messa;
·        la traditio puellae: in alcuni manoscritti, dopo la proclamazione del Vangelo la consacranda procede verso l’altare accompagnata dall’adstipulator, cioè da colui che si rende garante dell’impegno che la giovane sta per assumere avallando il consenso dei genitori;

·        l’uso di cantare le Litanie dei Santi mentre la consacranda è prostrata;
·        la preghiera di consacrazione;
·        la consegna dell’anello e della corona;
·        l’esortazione del vescovo ai fedeli perché possano aiutare la vergine a saper vivere serenamente la sua consacrazione, minacciando di pene canoniche chiunque volesse distoglierla “dal servizio divino prestato nella castità”;
·        all’offertorio la neo-consacrata consegna i due ceri;
·        il vescovo affida la vergine consacrata alle cure dell’abbadessa.
Il Rito per la consacrazione di una vergine che vive nel mondo nel PRGerm è più semplice, meno  prolisso e spettacolare. Pur mantenendo il suo carattere solenne, vengono omesse la traditio puellae e la traditio anuli et coronae.
         Con il Concilio Lateranense II (1139) viene abolito lo stile laicale della vergine consacrata (can. 26). I pontificali delle epoche successive riproducono il Rito solo per le monache con variazioni ed aggiunte che appesantiscono la celebrazione. 
Ad esempio nel Pontificale Romano di Durand (sec XIII) abbiamo: 
·        quattro petizioni cantate dopo la Litania dei Santi, di cui la prima accompagnata dalla triplice benedizione:“Degnati di benedire, santificare e consacrare le presenti tue serve, ti preghiamo”;
·        la lunga benedizione, con acqua lustrale sull’abito monastico, del velo, dell’anello e della corona;
E ancora nel Pontificale del 1497, dopo il canto delle litanie, l’aggiunta del Veni Creator, la consegna del Breviario e, al termine della celebrazione, il Te Deum. Infine, nel PR del 1520 il lungo e severo anatema contro chiunque avesse osato usurpare i beni delle vergini o distogliere le medesime dal proposito di castità e nel PR del 1596 l’omissione del termine consecrare nella prima petizione e la comunione sotto la sola specie del pane.
Il Rito rimane,  così,  invariato fino al PR di Giovanni XXIII (1962) e, con l’ammissione delle vedove nella comunità monastica, il Rito non viene più preso in considerazione in diversi monasteri, cadendo addirittura in disuso.
         Nel corso del sec. XX alcuni vescovi hanno sollecitato il ripristino del Rito per le donne che, pur non appartenendo ad una specifica congregazione religiosa, hanno donato privatamente la loro vita a Dio; nel 1927 la Congregazione dei Religiosi nega tale autorizzazione e nel 1950 Pio XII con la Costituzione Apostolica Sponsa Christi ribadisce tale disposizione stabilendo che il Rito poteva essere celebrato solo per le monache.
         Una svolta decisiva si è avuta con il Concilio Vaticano II (1962-1965) che ha previsto la revisione del Rito (SC 80).
         Il 31 maggio 1970 la Congregazione per il Culto Divino, per mandato speciale di papa Paolo VI, ha promulgato il nuovo Pontificale Romano ammettendo nell’Ordo Consecrationis Virginum, dopo 831 anni, le vergini che vivono nel mondo a pari titolo con le monache “sotto l’auspicio della Virgo Mater, per le sue figlie, le virgines Ecclesiae”.
Per approfondimenti:
BARBIERI R. - CALABUIG I., Consacrazione delle vergini, in Nuovo Dizionario di liturgia, a cura di D. SARTORE - A. M. TRIACCA, Roma 1988, pp. 294-314.

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